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La cucina monastica in Sicilia: una storia al femminile

Prima della nascita delle attuali e celebri pasticcerie siciliane, dal XV al XIX secolo le prelibatezze dell’arte dolciaria venivano preparate dalle monache per allietare e ringraziare dei benefici ricevuti personalità importanti, come vescovi e medici in visita nei monasteri. Inoltre, costituiva una delle poche attività di svago tanto per le novizie quanto per le monache di lunga data che dovevano dedicarsi principalmente alla preghiera e alla meditazione.

In Sicilia i monasteri si diffusero a partire dall’epoca normanna per volontà delle famiglie aristocratiche per non sperperare un ingente patrimonio economico in virtù di una numerosa prole femminile.

Prima del XV secolo il miele era il dolcificante più diffuso nel Mediterraneo finché l’agronomo e botanico francese Olivier de Serres capì che usando la barbabietola da zucchero, di cui la Sicilia era ampiamente provvista, si potesse ricavare lo zucchero bianco e utilizzarlo come ingrediente principale per la preparazione dei dolci.

Questi ultimi, poi, ebbero nella zona del palermitano un abile promotore, l’abate Giovanni Meli, il quale scrisse sull’argomento un piccolo libro in dialetto siciliano nel Settecento (“Li cosi duci di li batii“) pubblicato solo nei primi anni del Novecento.

1. Cous Cous dolce

Il Cous Cous è un piatto tipico del trapanese a base di pesce o verdura. Tuttavia, una sua versione dolce si ritrova nella zona di Agrigento, in particolare nel Monastero di Santo Spirito sito proprio nella città dei Templi. Venne fondato per volontà di Donna Mardisia Prefolio nel 1295 con lo scopo di insegnare il ricamo e il cucito alle giovani novizie. Parallelamente, le monache cistercensi di Santo Spirito preparavano questa prelibatezza a base di granella di pistacchio, cioccolato e mandorle, custodendone gelosamente da secoli la ricetta originale. 

Cous Cous dolce (immagine di lasiciliainrete.it)

2. Trionfo di Gola

Nel Monastero di Sant’Andrea delle Vergini situato nel centro storico di Palermo veniva preparato il Trionfo di Gola descritto e osannato nel romanzo de «Il Gattopardo». Quando si pensa all’opulenza della pasticceria siciliana non si può non pensare a questo dolce: non a caso veniva servito, e si serve tutt’ora, per imbandire le tavole in occasione delle festività. Si tratta di un dolce a più strati a forma di piramide, composto da crema, pan di spagna, frutta candita, glassa e granella di pistacchio.

Trionfo di Gola (immagine di siciliafan.it)

3. Biscotti ricci

Le monache benedettine del Santissimo Rosario di Palma di Montechiaro (AG) tutt’oggi preparano per i visitatori i biscotti ricci, o mandorlati come vengono chiamati nel romanzo «Il Gattopardo». Nello specifico, si tratta di bastoncini dolci dalla crosta croccante e il cuore morbido e fragrante, con un impasto digeribile anche per gli intolleranti al lattosio e al glutine. Una volta amalgamato il composto con scorza di limone, uova e zucchero lo si trasferisce in uno strumento a forma di siringa di legno, che conferisce al composto una forma allungata e scanalata.

La ricetta dei biscotti ricci si tramanda immutata da ben quattro secoli, passando per le abili mani delle monache del monastero. I biscotti furono preparati per la prima volta nel lontano 1650, in occasione della visita al monastero del Duca Giulio Tomasi di Lampedusa, antenato dell’autore del Gattopardo.

Biscotti ricci (immagine di ilgiornaledelcibo.it)

4. Frutta Martorana

Nel convento annesso alla chiesa di San Nicolò dei Greci di Palermo, ad oggi conosciuto come complesso della Martorana, si ricorda l’origine di una celebre preparazione di pasta marzapane, o meglio, della frutta Martorana.

Circa l’origine dei dolci di Martorana si dice che questi siano nati tra il XIII e il XIV secolo, più per necessità che per fantasia. Pare che il giardino e l’orto del convento della chiesa di San Nicolò fossero tra i più rigogliosi e colorati di Palermo. Il vescovo della città, incuriosito dalla diceria, volle recarsi di persona per accertarsi della presunta veridicità, ma poiché la visita avvenne in autunno quando ormai tutti i frutti e i fiori del giardino non erano al massimo del loro splendore, le monache dovettero porre rimedio. Decisero quindi di agire con astuzia e preparano la frutta Martorana per abbellire il giardino e l’orto.

Tutt’oggi in Sicilia si è soliti consumare la frutta Martorana durante il periodo degli Ognissanti.

Frutta Martorana (immagine di ecointernazionale.it)

5. Cannolo siciliano

Il cannolo siciliano rappresenta l’emblema dell’arte dolciaria dell’isola ed è conosciuto e preparato in tutta la regione. Sull’origine e la nascita del cannolo ci sarebbero varie leggende risalenti a luoghi, epoche e dominazioni differenti. Si pensa addirittura che l’origine del cannolo sia antecedente al 70 a.C., anno in cui Cicerone, in visita in Sicilia, ne restò affascinato per il sapore.

Secondo l’ipotesi più accreditata, l’invenzione del cannolo sarebbe da attribuire alle monache del Monastero di Santa Maria dell’Oliveto a seguito di uno scherzo alle giovani novizie. Si narra che le monache avessero riempito una vasca di crema di ricotta e sostituito i manici dei rubinetti con le cialde dei cannoli.

Come da tradizione, il cannolo siciliano è farcito al suo interno con ricotta di pecora – con o senza gocce di cioccolato – e guarnito all’esterno con arancia e ciliegie candite e granella di pistacchio. La cialda fritta che avvolge il composto cremoso è composta da farina di grano tenero, vino, strutto e zucchero. Inizialmente veniva preparato durante il carnevale, ma ad oggi lo si trova in tutte le pasticcerie siciliane in qualsivoglia occasione.

Cannoli siciliani

6. Seni di Vergine

I seni di vergine o minni di virgini è un dolce legato indissolubilmente alla sua città d’origine, ovvero Sambuca di Sicilia (Ag).

Il dolce nacque nel 1725 nel Collegio di Maria di Sambuca ad opera di suor Virginia Casale di Rocca Menna. Donna Francesca Reggio, Marchesa di Sambuca, in occasione delle nozze del figlio Pietro Beccadelli, incaricò suor Virginia della preparazione di un dolce di assoluta novità rispetto a quelli già sperimentati. Sull’origine e sulla forma del nome del dolce si narra che la suora sia stata ispirata dalle colline della Valle dell’Anguillara fino alla collina del Castellaccio ed alla costa della Minnulazza.

Il dolce ricorda i seni di Sant’Agata nella forma allungata e nella protuberanza finale, ma differiscono negli ingredienti. I seni di vergine sono preparati con farina, zucchero, latte, uova, zuccata, cannella e crema di latte. I seni di vergine rappresentano un’eccellenza dell’arte dolciaria siciliana, è stato infatti inserito dal Ministero delle politiche agricole, alimentari e forestali tra i prodotti agroalimentari tradizionali (PAT).

Seni di Vergine (immagine di sicilianpost.it)

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