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La Olivetti: il futuro era ad Ivrea, ma ci è scivolato via

Quella dell’Olivetti è una storia industriale e familiare che andrebbe studiata e tramandata con passione.
Nel XXI secolo sono arrivate soltanto le briciole di quel successo e di quel clamore che negli ultimi cent’anni sono stati suscitati da quest’azienda del Canavese, motivo per cui le nuove generazioni spesso ignorano quasi del tutto quanto sia stato potente il processo di sviluppo stimolato da tale realtà.

Per iniziare: come mai oggi di Olivetti non se ne parla tanto?


Per una serie di motivi diversi ma intrecciati tra loro.
In primo luogo, a causa di strategie sbagliate o a tratti di scarsa lungimiranza; poi, per una concorrenza internazionale spietata che ha finito per lasciare poco spazio sul mercato; infine, per la scomparsa prematura di Adriano Olivetti, vera e propria stella polare di questa incredibile avventura imprenditoriale.

Ma andiamo con ordine.
Va detto che negli ultimi anni l’interesse nei confronti dell’azienda e della sua storia è in qualche modo tornato alla ribalta. Ad esempio nel 2013 la RAI ha prodotto una miniserie in due puntate intitolata “La forza di un sogno”, che ha riportato l’attenzione del grande pubblico sul tema. Nel 2020 invece Meryle Secrest ha pubblicato “Il caso Olivetti”, libro che analizza l’ascesa impressionante di una delle più grandi fabbriche di macchine da scrivere d’Europa, prima dell’inesorabile caduta nell’oblio del mainstream.
Articoli, commenti e analisi approfondite si leggono con sempre più frequenza.
La cosiddetta ed ipotetica “Silicon Valley all’italiana”, sarebbe davvero potuta nascere?
In teoria si, basti pensare che il primo desktop computer della Olivetti è stato presentato al pubblico internazionale nel 1965 presso il Salone espositivo di Chicago.

Perché è importante sottolineare il legame tra la Olivetti e la città di Ivrea?


Perché l’una ha dato forma all’altra e viceversa.
Negli anni Trenta del Novecento la volontà di realizzare un piano urbanistico che potesse cambiare il volto della città provenne proprio dalla mente di Adriano Olivetti, e su questo aspetto vogliamo concentrarci oggi.

Nei tre decenni che assistettero alla crescita esponenziale dell’industria di famiglia, ossia tra gli anni Trenta e gli anni Sessanta, la città piemontese collocata ai piedi delle Alpi ha sperimentato uno sviluppo notevole.  
Ancora niente, comunque, rispetto a quanto avrebbe voluto Adriano, che desiderava connettere con forza la comunità urbana e l’ambiente circostante, seguendo i dettami architettonici del modernismo e dell’onda lunga del Bauhaus. Nella sua mente la Valle d’Aosta, nel nord-est di Ivrea, avrebbe consentito la creazione di comunità all’avanguardia ai piedi delle montagne. Credeva con convinzione nel razionalismo e nel riformismo urbano, puntando sul dare armonia, logica e ordine alla sua terra.
Si mise in contatto con Luigi Figini e Gino Pollini, due giovani architetti che avevano aperto uno studio a Milano, e iniziò a condividere con loro la volontà di ripensare e riprogettare ogni cosa, partendo dagli stabilimenti di lavoro della Olivetti S.p.a.

Attraverso di essi, arrivò poi a conoscere un altro importante gruppo: il BBPR, composto da Gian Luigi Banfi, Ludovico Barbiani Belgiojoso, Enrico Peressutti ed Ernesto Nathan Rogers, tutti appassionati promotori dei dettami di Le Corbusier.

“Villaggio Olivetti”, questa la formula utilizzata per nominare il complesso industriale e amministrativo dell’azienda. Era stato Camillo, il padre di Adriano, a dare inizio a tutto quanto sul finire dell’Ottocento. In principio questo luogo, che veniva chiamato “Il Convento”, era destinato all’ampia famiglia, ma ben presto si trasformò in un incubatore di energie imprenditoriali e operaie destinato a sollevare il marchio a livello globale.

La visione della famiglia


che potremmo definire socialdemocratica, si tradusse concretamente in spazi lavorativi e abitativi che potessero mettere a proprio agio i lavoratori. Da un punto di vista economico, si decise di provvedere al sostegno delle famiglie con primordiali ma avveniristici programmi di welfare.
Questi toccavano i temi della maternità, dell’assistenza sanitaria e della cultura, attraverso la costruzione di asili a ridosso degli uffici, di biblioteche e di ambulatori dedicati. Molti di questi benefit, sono stati introdotti dalla Olivetti già nel 1945, ben prima del boom economico italiano.

C’è un altro aspetto interessante: Adriano Olivetti era parecchio affascinato dalla psicologia del lavoro.
Dopo aver compiuto da giovane una serie di viaggi formativi negli Stati Uniti, dove aveva potuto visitare numerose fabbriche oltreoceano, si era convinto della necessità di perseguire la produttività in un modo che non fosse il modello tayloristico. L’alienazione della catena di montaggio, i luoghi angusti e con poca luce, gli spazi che non denotavano grande vivibilità, tutto questo a suo parere andava perlomeno limitato.
Decise pertanto di finanziare la costruzione di nuovi magazzini, uffici e residenze che potessero risultare gradevoli per chi lavorava nella sua azienda, facendo in modo che anche l’occhio avesse la sua parte. Dunque ampie finestre, molto verde, una buona veduta delle Alpi laddove possibile e interni ricercati.

Coniugare l’efficienza con la bellezza, del resto, è stato un tratto distintivo anche dei principali prodotti olivettiani. Le macchine da scrivere, a partire dalla iconica Lettera 22 (considerata uno dei cento migliori prodotti del secolo), ma anche con la Divisumma 14, erano degli autentici pezzi di design ammirati e desiderati in tutto il mondo.
Di pari passo con l’incremento qualitativo, si registrò negli anni Cinquanta anche un’esplosione quantitativa del brand. Sul sorgere degli anni Sessanta la Olivetti poteva contare sul 27 % del mercato mondiale delle macchine da scrivere e il 38 % di quello delle calcolatrici. Era presente in 117 paesi e aveva 54mila dipendenti sparsi nel mondo; gli introiti delle vendite, che si aggiravano intorno ai 450 milioni di dollari, provenivano al 20 % dal mercato interno e all’80 % da quello estero. [Maryle Secrest, Il caso Olivetti, Rizzoli, 2020, Milano]
Ci si trovava di fronte a una vera e propria multinazionale.  

La M40, uno dei modelli di maggiore successo dell’azienda. Si tratta di un prodotto che si è fatto apprezzare, oltre che per l’efficienza, anche per l’ottimo design


E la storia della Silicon Valley italiana, che sarebbe potuta sorgere nello stivale grazie alla Olivetti?

C’è del vero?
Diciamo che con una visione strategica di lungo termine, si sarebbe potuto sviluppare qualcosa di simile.
Negli anni Sessanta infatti, l’azienda sondò con grande determinazione l’opzione di convertirsi  definitivamente verso il settore elettronico. Al fianco di un gigante come l’americana IBM, si propose al grande pubblico anche la Olivetti, quando ormai Adriano era venuto a mancare da alcuni anni (nel 1960 era infatti stato colto da un malore durante una trasferta di lavoro in treno).
Una delle ultime mosse dell’imprenditore eporediese fu l’acquisizione della Underwood Company, concorrente americana per quanto concerneva le macchine da scrivere e i registratori di cassa.

Ma andiamo oltre.
Pensate che il primo desktop computer del mondo è stato ideato e poi realizzato in un laboratorio in Toscana (Presso Barbaricina, vicino a Pisa). Si chiamava P101, arrivava a pesare circa 27 kg ed è stato presentato nel 1965 a New York, durante l’Esposizione Internazionale per prodotti da ufficio.

Nonostante la scarsa pubblicità, si trattava di un prodotto rivoluzionario: ne furono vendute 44mila esemplari al costo di 3mila dollari del tempo. Persino la NASA ne acquistò dieci, da utilizzare nell’ambito della Missione Apollo in vista dello storico allunaggio; in Vietnam invece, dove era in corso una guerra destinata a smuovere gli animi di mezzo mondo, furono i bombardieri strategici americani B-52 a farne uso, per calcolare meglio le coordinate degli obiettivi da colpire.

Tutto questo è bastato per lanciare definitivamente il marchio italiano nel settore dei calcolatori informatici? La storia ci dice decisamente di no.
I margini c’erano? Eccome.
Basti pensare che la Apple, oggi una delle leader indiscusse del mercato, sarebbe nata soltanto undici anni più tardi, nel 1976.

L’Italia, grazie soprattutto alla Olivetti, deteneva un enorme vantaggio tecnologico, che per scarsa lungimiranza e per una poca tutela nei confronti della concorrenza si è vista scivolare via dalle mani.

Patrimonio UNESCO

Nel luglio 2018 la zona industriale della città di Ivrea è stata riconosciuta come il 54° sito UNESCO presente sul suolo italiano. Dagli uffici alle strutture residenziali, dall’asilo alle mense, dai grandi palazzi costruiti in stile modernista agli spazi verdi tra un edificio e l’altro, tutto questo è stato ufficialmente premiato come un patrimonio da preservare.
Questa cittadina da poco più di ventimila abitanti immersa nelle Prealpi del Canavese è un gioiellino sottovalutato, che sicuramente merita l’attenzione di tutti. La Dora Baltea rinfresca il cuore urbano, attraversandola; ponti ed edifici storici immergono i passanti in un’atmosfera piacevole e senza tempo.
Nel caso in cui decidiate di andarla a visitare, non sbagliate di certo.


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